CategoryRiabilitazione neurologica

Il bendaggio funzionale nel trattamento dell’equinovarismo del piede nel paziente con ictus cerebrale

Uno dei problemi cruciali nella riabilitazione dell’ictus cerebrale è il recupero della deambulazione. Una considerevole parte dei pazienti affetti da ictus raggiunge la deambulazione autonoma. La rieducazione della deambulazione, in una buona parte dei casi, consiste nel richiedere al paziente attività che mirano al ripristino della simmetria nella lunghezza dei passi ed al raggiungimento di proporzioni tra le varie fasi degli stessi. L’obiettivo finale è quello di raggiungere un cammino che consenta un efficiente spostamento nell’ambiente. Tale fine non può prescindere da una rieducazione delle reazioni posturali, poiché non è possibile l’attuazione di movimenti deambulatori in assenza di un adeguato controllo della postura. Al fine di stimolare il recupero della deambulazione è necessario che il paziente venga guidato nell’apprendimento da parte del terapista. Egli dovrà evitare di richiedere una eccessiva focalizzazione della attenzione sui dettagli del movimento, poiché un esagerato controllo dell’atto motorio da parte del paziente potrebbe rappresentare un ostacolo per il processo di apprendimento. Il recente sviluppo di tecniche che inibiscono farmacologicamente ed in modo selettivo la funzione muscolare ha consentito di sfruttare al meglio la potenzialità della rieducazione neuromotoria. Tale sviluppo è stato ulteriormente facilitato dall’aumento delle conoscenze riguardo ai patterns patologici di movimento nel paziente con ictus cerebrale e da nuove tecniche di bendaggio atte allo scopo.

La riabilitazione della marcia nel paziente emiplegico

Le malattie cerebrovascolari sono una delle cause principali di disabilità nell’adulto. L’incidenza media corretta per età di primo evento cerebrovascolare è di 1 a 100.000 abitanti. Una debolezza motoria residua, abnormi strategie motorie e spasticità possono portare ad alterati schemi motori e contribuire ad un ridotto equilibrio, rischio di cadute e incremento della spesa energetica durante la deambulazione. Le conseguenze funzionali dei deficit neurologici primari spesso predispongono i soggetti sopravvissuti ad ictus ad uno stile di vita sedentario, che limita ulteriormente la capacità di svolgere in maniera autonoma le attività della vita quotidiana e riduce la funzionalità cardiovascolare. Di conseguenza, lo sforzo di recuperare le capacità funzionali e una deambulazione autonoma dopo un ictus cerebrale, è tra gli obiettivi più importanti sia dei pazienti affetti da emiparesi sia del fisioterapisti. Il quadro del recupero motorio tra i pazienti sopravvissuti ad ictus cerebrale è piuttosto vario. Anche se è stato calcolato the circa il 50-80% dei pazienti recupererà un certo grado di capacità motoria, Wade et al. hanno evidenziato che solo il 22% di 45 pazienti non in grado di deambulare in seguito a “stroke” raggiunge una marcia autonoma dopo un periodo di tre mesi di attività riabilitativa. Bach ha riportato i risultati di numerosi studi, i quali hanno stabilito l’associazione tra un ridotto recupero funzionale ed il ritardo un trattamento riabilitativo neuromotorio. Questo dimostra l’importanza di iniziare il più precocemente possibile un programma di recupero motorio. Nella riabilitazione della marcia del paziente sopravvissuto ad ictus, bisogna tenere canto dei meccanismi di controllo spinali e sovraspinali. La locomozione richiede, infatti, livelli multipli di controllo nervoso. Al fine di contrastare la gravità e di permettere la spinta del corpo in avanti, il sistema nervoso deve coordinate le contrazioni muscolari a vari livelli, e ciò è consentito dai circuiti spinali, attivati da segnali tonici provenienti dai nuclei del tronco cerebrale. Altri sistemi discendenti sovraspinali, invece, in particolare il reticolospinale, il rubrospinale ed il corticospinale, sono attivi in modo fasico durante la locomozione ed appaiono di fondamentale importanza nel modulare la forza delle contrazioni muscolari coinvolte. Inoltre, Grillner et al. hanno dimostrato, in differenti studi, come anche le informazioni afferenti interagiscano con il pattern motorio. In particolare, per quanto riguarda la marcia, gli input afferenti coadiuvano la trasformazione del pattern di locomozione nel passaggio da una fase del passo ad un’altra. Vista la complessità dei meccanismi di controllo della marcia, il ripristino di una deambulazione autonoma implica l’impiego di tecniche che agiscano a vari livelli e spesso richiede un’assistenza considerevole da parte del fisioterapista, per aiutare il paziente a sostenere il peso corporeo e a controllare l’equlibrio.

Le ortesi gamba-piede nel trattamento dell’ictus

Al giorno d’oggi si utilizza una svariata gamma di materiali per la costruzione delle ortesi, come materiali metallici, termoplastici, termoformanti, fibre di carbonio e kevlar, gomma, pellame. Appare intuitivo come la scelta del materiale influenzi in modo rilevante le caratteristiche delle ortesi in termini di comfort, resistenza, di flessibilità e di peso. Anche in questo caso lo specifico pattern patologico del paziente influenzerà la scelta del tipo di ortesi da utilizzare. In generale l’arto inferiore, considerata la sua precipua funzione di sostegno e di propulsione in avanti, appare di particolare interesse come candidato all’utilizzo di ortesi. In particolare, i pazienti con emiplegia secondaria ad insulto cerebrovascolare sono spesso candidati ideali per l’utilizzo dl questi ausili. Nel caso di un paziente con esiti ictali, ad esempio, lo specifico ruolo dell’ortesi sarà quello di correggere il pattern di deambulazione, in modo tale da riavvicinarlo allo schema fisiologico e da permettere così al paziente, oltre che un ulteriore supporto alla riabilitazione, un cammino quanto più possibile funzionale e stabile in termini posturali. Prenderemo come esempio le ortesi gamba-piede perché risultano a tutt’oggi le più comunemente usate per correggere il quadro dell’equinovarismo del piede, che è il più frequente in pazienti con ictus cerebrale. La letteratura internazionale appare unanimemente concorde nel ritenere un criterio di esclusione per l’utilizzo di tali ortesi ,come pure delle ortesi in generale, una forma grave di spasticità.